REGGIO EMILIA

COMUNICATI STAMPA REGGIO EMILIA

“Maltempo, stato di calamità per il territorio reggiano”

“Chiediamo ufficialmente il riconoscimento dello stato di calamità per i territori reggiani flagellati dall’ondata di maltempo e freddo polare”. Ad annunciarlo è Antenore Cervi, presidente Cia di Reggio, dopo le attente verifiche sul territorio da parte dei tecnici della confederazione e le precise segnalazioni degli agricoltori.

“La neve caduta e il forte vento hanno causato gravissimi danni in montagna al foraggio per le bovine da latte per la produzione del Parmigiano Reggiano e alle coltivazioni di orzo e frumento – entra nel dettaglio Cervi -. Ma anche ettari di vitigni, alberi da frutto, boschi e l’apicoltura sono stati messi letteralmente in ginocchio. Non dimentichiamo che buona parte di quelle colture sono biologiche e per questo l’entità dei danni è ancora maggiore”. Sottolinea: “Siamo fermamente convinti esistano tutti i presupposti per ottenere il giusto riconoscimento per un settore fondamentale dell’economia reggiana”.

Il presidente Cia sollecita gli imprenditori agricoli a “proseguire con le circostanziate segnalazioni dei danni: i nostri uffici sono a disposizione per la presentazione delle eventuali denunce. In queste ore stiamo ricevendo materiale fotografico e video che verrà poi utilizzato per supportare la nostra richiesta”.

Cervi plaude alla Regione “che si è prontamente mobilitata per monitorare la difficile situazione che con il passare delle ore si mostra in tutta la sua gravità. Basti pensare che a oggi vi sono foraggi ancora sotto il manto di neve: il concreto rischio è di perdere completamente il primo taglio, che sul territorio montano rappresenta l’80% del totale”.

L’invito alle istituzioni è di “fare presto per non lasciare gli agricoltori soli a fare i conti con gli effetti del disastroso evento meteorologico. La burocrazia non può e non deve ostacolare gli aiuti, in molti casi fondamentali per la sopravvivenza stessa delle aziende”.

Ma l’emergenza meteo non è ancora finita: “Siamo preoccupati per l’allerta meteo della Protezione Civile per una nuova ondata di maltempo che nelle prossime ore si abbatterà sui territori montani già martoriati. La pioggia e i forti temporali scioglieranno la neve ma rischiano di causare smottamenti, frane, piene di fiume e torrenti. Una previsione che rischia di aggravare ulteriormente la già critica situazione”.

“Maltempo, pronti a chiedere lo stato di calamità”

“I nostri peggiori timori si sono verificati: neve, forte vento e basse temperature stanno flagellando l’agricoltura reggiana. Quando finirà l’ondata di maltempo verificheremo sui campi la precisa entità dei danni e valuteremo con attenzione, insieme ai nostri tecnici e associati, se chiedere lo stato di calamità”. Lo annuncia Antenore Cervi, presidente Cia di Reggio, dopo la perturbazione polare che ha investito nelle scorse ore il nostro territorio portando indietro la lancetta delle stagioni.

“Siamo dinnanzi a una situazione eccezionale che, ancora una volta, dimostra come i cambiamenti climatici siano una realtà concreta con la quale dobbiamo fare i conti – sottolinea Cervi -. E, in questo momento, i conti più salati li sta pagando l’agricoltura. Dalla prima collina alla montagna, i fiocchi di neve sono infatti caduti sui vitigni e rischiano di compromettere l’annata. Ma non è tutto. Oltre alla forte preoccupazione per la neve caduta, c’è molta apprensione anche per le prossime notti quando le temperature saranno vicine allo zero: le gelate sarebbero il colpo di grazia. Numerosi agricoltori ci hanno già comunicato di voler contattare già da domani l’assicurazione per chiedere i danni. Ma potrebbe non bastare. Per questo stiamo pensando allo stato di calamità: nei prossimi giorni, quando il quadro della difficile situazione sarà pienamente delineato, prenderemo la decisione finale. Al momento, l’ipotesi è concreta”.

Ma il maltempo non ha portato solo la neve. In pianura, pioggia battente e vento molto forte, oltre a far cadere rami e alberi, “hanno allettato le coltivazioni di frumento e orzo. Una situazione, anche questa, che rischia di incidere molto negativamente sulla produzione”.

Cervi ci tiene a ringraziare tutti gli agricoltori che in queste ore “sono in prima fila per aiutare a tenere pulite le strade e segnalare le situazioni a rischio idrogeologico. Questo conferma come l’attività agricola, oltre al fondamentale ruolo di produzione alimentare, abbia anche quello di governo del territorio”.

Il presidente Cia ricorda infine che la siccità autunnale aveva già inciso molto negativamente su decine di ettari di lambrusco “che non hanno praticamente germogliato, benché la stagione sia già avanzata. Alcuni vigneti sono addirittura collassati, con perdite economiche molto ingenti. Il fenomeno è stato osservato anche in alcune varietà di pere”. I tecnici ipotizzano che la scarsa umidità del terreno non abbia permesso alle gemme di giungere a maturazione, tant’è che il fenomeno tipico del ‘pianto della vite’ in alcune zone non è avvento, proprio a causa della marcata siccità. È mancata anche la nebbia, e tipico microclima padano che favorisce l’idratazione delle piante. In Trentino chiamo queste situazioni da inverno da ‘gelo secco’ cioè particolari condizioni di siccità che determinano fenomeni di forte stress per le piante. Stress che può portare al collasso delle coltivazioni, come in alcuni casi è appunto successo.

“L’ondata di freddo polare mette a rischio le coltivazioni”

“Neve dalla prima collina al crinale, piogge torrenziali in pianura, temperature minime che in alcune zone saranno vicine allo zero per diverse notti: la perturbazione prevista da domenica rischia di mettere in ginocchio l’agricoltura reggiana”. A lanciare l’allarme è Antenore Cervi, presidente Cia-Reggio Emilia, che si fa portavoce delle preoccupazioni di numerosi soci dell’associazione che stanno cercando di correre ai ripari per limitare gli effetti del maltempo.

“Viste le drammatiche previsioni – entra nel dettaglio -, numerosi viticoltori reggiani stanno addirittura pensando di rispolverare un antico metodo tipico dei territori italiani più a Nord, e da noi vietato: consiste nell’accendere piccoli falò e fuochi controllati lungo i filari per cercare di aumentare la temperatura tra le viti: l’obiettivo è salvare i germogli. Questa usanza viene spesso praticata anche in Francia e Germania. La speranza è comunque quella di non dovere arrivare a questo punto per cercare di salvare le produzioni”.

“Una cosa è certa, – sottolinea Cervi -: come sostiene il meteorologo Luca Lombroso, quello che si prospetta è un evento storico, mai vista una cosa simile a maggio. Sono previste nevicate su tutto l’Appennino oltre i 300 metri (ma non si escludono fiocchi anche in pianura) e temperature in picchiata che saranno inferiori anche di dieci gradi rispetto alla media stagionale. Sarebbe una tragedia per le tutte nostre coltivazioni, specialmente se dovessero essere confermate le gelate notturne anche a quote basse. Purtroppo, a causa del global warming dovremo abituarci a queste situazioni estreme che secondo gli esperti muteranno i delicati equilibri dell’intero bacino del Mediterraneo. E l’agricoltura è il settore che risente e risentirà maggiormente del meteo impazzito. Gli agricoltori dovranno sempre più investire importanti somme economiche per proteggere le colture dagli eventi dannosi, come ad esempio la grandine che nei giorni scorsi ha duramente colpito territori vicino al nostro”. Ma gli effetti negativi del clima si fanno sentire anche con le piogge: “Si è passati da mesi di pesante siccità ad abbondanti precipitazioni concentrate in pochi giorni che, se da un lato hanno portato benefici, dall’altro stanno anche causando non pochi problemi alle coltivazioni viste le temperature comunque basse”. E dietro l’angolo c’è la pesante insidia del caldo africano estivo.

“Per ultimo – conclude il presidente Cia – i cambiamenti climatici stanno anche portando parassiti, patogeni e insetti ‘alieni’ che trovano sul nostro territorio un ambiente idoneo per proliferare. Una presenza che rappresenta una notevole perdita per l’agricoltura e non deve essere affatto sottovalutata”.

Il candidato sindaco Vecchi in visita alla sede Cia

Sostenibilità, un assessorato comunale all’agricoltura e interventi ad hoc per facilitare gli allevatori sulle nuove normative per il benessere animale. Sono i tre principali argomenti trattati questa mattina nella sede Cia con il sindaco attuale e candidato Luca Vecchi. Erano presenti i vertici della confederazione e numerosi soci tra cui il candidato consigliere Massimo Valentini.

“In vista dell’approssimarsi della prossima tornata elettorale, chiediamo alle forze politiche un impegno concreto per la definizione di un progetto di manutenzione infrastrutturale del territorio al cui interno l’agricoltura, in sinergia con le altre risorse socio-economiche dei territori, dovrà svolgere un ruolo da protagonista”, ha esordito il presidente Antenore Cervi. Ha quindi messo sul tavolo della discussione le cinque priorità: interventi di manutenzione infrastrutturale, politiche orientate al governo del territorio, azioni per favorire e sviluppare politiche di filiera a forte vocazione territoriale, nuovi e più incisivi sistemi di gestione della fauna selvatica, infine un rinnovato protagonismo delle istituzioni e degli enti locali sulla Pac.

Ha quindi preso la parola Vecchi: “La città ha resistito ai profondi cambiamenti economici e sociali scatenati dalla grave crisi del 2008. Il modello di crescita è cambiato e muterà ancora nei prossimi anni: la sostenibilità dovrà essere la nostra stella polare”. Dopo aver rimarcato di aver “riconsegnato, con due varianti, ampie fette di territorio agricolo alla città”, ha affermato di ritenere fondamentale “un assessorato all’agricoltura”, specialmente dopo che è venuta a mancare una analoga figura in Provincia: “Dovrà essere un punto di riferimento e di confronto con il mondo agricolo. Oltre a questo, penso sia importante istituire una consulta per incentivare la partecipazione alle decisioni sulla città”.

Per quanto riguarda i fabbricati dismessi, ha ascoltato con grande attenzione la proposta Cia di utilizzare le volumetrie degli edifici per ampliare le stalle a beneficio del benessere animale.

Il confronto ha quindi toccato diverse altre questioni, tra cui la via Emilia Bis – “inaccettabili i ritardi Anas sulle informazioni inerenti gli indennizzi agli imprenditori espropriati” – e le varianti di Fogliano, Rivalta e Bagno. E sull’impianto biogas di Gavassa: “La decisa raccomandazione – hanno sottolineato dalla platea – è che l’impianto sia realizzato con le migliori tecnologie e dia precise garanzie per la salute, l’ambiente e le coltivazioni della zona”.

Quattro generazioni di vitivinicoltori con la passione per il Lambrusco

CAMPEGINE (Reggio Emilia) – “L’idea di Ferretti Vini nasce nel 2011 quando la cantina sociale di Campegine dove ha sempre lavorato nostro padre per oltre 40 vendemmie e dove conferivamo le nostre uve, chiuse inaspettatamente. Da quel momento inizia la nostra avventura di noi giovani sorelle, fondata sull’indispensabile esperienza di nostro padre”. Lo raccontano Elisa e Denise che dal 2014 conducono l’azienda di famiglia che ha legami con il mondo del vino dal lontano 1928, quando il bisnonno Sante e i suoi tre figli intrapresero la prima produzione di Lambrusco con le uve dei propri vigneti. Le abbiamo intervistate.

Quali sono i vostri ruoli nell’azienda? E degli altri familiari/lavoratori?

Denise: Lavoro a 360 gradi su tutti gli aspetti aziendali, dalla vigna alla cantina sono affiancata dall’esperienza e dai consigli del papà Sante, con cui spesso instauro dibattiti costruttivi in cui emergono fondamentali concetti tra tradizione e innovazione. Inoltre, mi sono dovuta specializzare anche nella gestione dei clienti, partecipando a diversi eventi di degustazione e promuovendo i nostri vini a diversi ristoratori nelle vicinanze, visto anche il fatto che Elisa invece lavora ancora fuori e la sua mansione principale sono le pratiche d’ufficio e la gestione delle spedizioni e delle fatturazioni. Ancora fondamentali i ruoli di papà Sante, mamma Anna e di mio cognato Nicola sia in vigneto che in cantina, a testimoniare che “l’unione fa la forza” e contraddistingue la nostra famiglia.

Quali sono le caratteristiche della vostra azienda?

Denise: La nostra azienda è composta da circa 3 ettari di Vigneto e altri 3 ettari destinati a produrre fieno da prato stabile che poi rivendiamo. Il vigneto più vecchio, circa 4000 m, risale al 1964, una parte ancora è condotto con il vecchio sistema dell’ alberate consociate con il prato, si trovano viti molto vecchie e da questo vigneto ricaviamo la nostra riserva di Lambrusco Caveriol Ros, mentre la restante parte del vigneto è molto più giovane ed è stata ripiantata. Dal 2011 ad oggi è condotta tutta con un sistema di potatura conservativa Simonit & Sirch a guyot, per favorire la longevità della pianta e ottenere grappoli di qualità. La caratteristica principale del nostro vigneto è la grande biodiversità di varietà che troviamo in vigna, abbiamo infatti 7 varietà di Lambrusco (Salamino, Maestri, Grasparossa, Marani, Oliva Barghi e Foglia frastagliata) e ben 5 varietà di uva bianca (Malvasia Bianca, Malvasia Aromatica di Candia, Moscato Bianco, Trebbiano Modenese e Pignoletto) che vengono vinificati in uvaggio, mentre l’unico vino in purezza lo facciamo con la Fortana o Uva d’Oro, un’uva antica dal grappolo grosso e contraddistinta da una bella acidità, che stiamo cercando di rivalorizzare nel nostro territorio.

Chi è il vostro cliente?

Denise: È il consumatore attento, quello che ricerca prodotti di qualità sani e tecnologicamente meno manipolati di cui conosce la provenienza, riconosce la grande attenzione che piccoli produttori come noi impegnano in tutti i passaggi della produzione, che sia in vigna e il lavoro rispetto dell’ambiente e della natura, sia in cantina nell’evitare l’uso di tecniche o coadiuvanti che entrino in contrasto con la naturalità dei prodotti. Il nostro consumatore è anche quello curioso: rifiuta l’omologazione e la standardizzazione, è alla ricerca di vini vivi che possano esprimere emozioni diverse con il passare del tempo e nelle diverse annate, soprattutto se sono emozioni legate a ricordi del passato e tradizioni del territorio.

Quale ruolo hanno territorio, tradizione e passione nella vostra impresa?

Elisa FerrettiElisa: Sicuramente fondamentale. Ferretti Vini nasce dalla nostra tradizione di fare Lambrusco per rinnovarla ed esaltarla rispetto alla vinificazione convenzionale. I nomi dei nostri vini sono tutti provenienti dal dialetto reggiano e dal mondo contadino in cui il Caveriol è il cirro della vite che crescendo le consente di “arrampicarsi”, così come lo Stropél è il salice che utilizziamo ancora in parte per la legatura della vite. Questi elementi come anche l’accoglienza che cerchiamo di fare in cantina con un tour dei vigneti e degli ambienti, la degustazione dei nostri vini in abbinamento a prodotti tipici locali quali parmigiano reggiano e salumi, e soprattutto il volerci sempre essere in prima persona ad accompagnare la mescita per poter raccontare la nostra filosofia ed il nostro terroir sono e saranno alla base della nostra azienda per poter avere un rapporto diretto con il cliente consumatore.

Quali vantaggi e difficoltà incontra una donna nello svolgere questo lavoro?

Denise: La donna purtroppo è ancora vista come più debole e forse incapace di sostenere sforzi fisici ma quando si mette in gioco con passione e determinazione riesce a gestire a 360° tutti i diversi aspetti che nel mondo agricolo si presentano.

Siete recentemente state a Vinitaly, che impressione avete avuto?

Elisa: Ci siamo sentite con un seme in campo tra le tante erbe e piante già vigorose, in cui tuttavia le nostre potenzialità ed i nostri prodotti sono stati apprezzati dai chi ci è venuto a trovare valorizzando la nostra realtà e scelte di agricoltura naturale.

“Georgica, abbiamo insegnato a oltre 500 bambini”

“E’ stata una esperienza impegnativa ma davvero molto soddisfacente”. Parole di Martina Codeluppi, dell’azienda orticola ‘Codeluppi Pietro’ che ha partecipato a Georgica – la festa della terra, delle acque e del lavoro nei campi – che si è tenuta nel weekend sulle rive del Po.

“Oltre 500 bambini hanno partecipato con entusiamo ai nostri laboratori – prosegue Martina -: erano molto incuriositi nel mettere le mani nella terra. In particolare, insieme a mio zio Marino Alessandri abbiamo loro insegnato a mettere le piantine nei vasetti, a stabilizzarle e innaffiarle. Ma non solo: sono appassionata di apicoltura e ho esposto una teca con le api, cercando di sensibilizzare i piccoli sull’opera fondamentale di questi piccoli insetti. I loro sorrisi sono stati il miglior ringraziamento per il nostro impegno”.

In queste ore l’azienda orticola sta ricevendo numerose telefonate con offerte per ripetere i laboratori “anche in diversi festival sul territorio regionale. Ma abbiamo deciso di dare l’esclusiva a Georgica”.

L’appuntamento per tutti è dunque alla prossima edizione.

“I lupi hanno invaso il territorio reggiano, dall’Appennino al Po”

“I lupi hanno invaso il territorio dall’Appennino al Po. Difendiamo gli allevatori e i cittadini reggiani. È l’appello lanciato da Antenore Cervi, presidente Cia Reggio Emilia, per sensibilizzare le autorità sull’incontrollata proliferazione nel territorio reggiano dei lupi che attaccano con inquietante frequenza le greggi al pascolo e gli animali allevati in libertà. Scendendo a valle, sono già arrivati vicino ai centri abitati e rappresentano un problema per la sicurezza.

“I nostri soci ci segnalano con preoccupazione che le presenze dei lupi non riguardano più solo l’Appennino – denuncia -: testimonianze dirette mostrano come siano scesi in gran numero anche in pianura, addirittura sul Po. E inquietanti episodi di cronaca hanno recentemente riguardato anche la Val d’Enza e la zona ceramiche. A causa della invasività di questo predatore, che non ha nemici naturali, le aziende agricole trovano sempre più difficoltà nel portare al pascolo gli animali, che diventano prede facili per questi carnivori. Ma la questione riguarda anche i sempre più bovini allevati all’aperto. E aggressioni hanno già riguardato anche gli animali domestici. Non dimentichiamo che diversi attacchi sono poi stati messi a segno nelle vicinanze dei centri abitati, addirittura nei cortili delle abitazioni…”.

“Purtroppo i risarcimenti non compensano mai a sufficienza il danno che, oltre la perdita degli animali, comporta la ricostituzione del patrimonio ovino e zootecnico che si protrae nel tempo, con perdite economiche che non vengono riconosciute” rimarca Francesco Zambonini, responsabile Cia della zona di Reggio. E aggiunge Cervi: “In montagna questa situazione arriva a comportare la disaffezione all’agricoltura e allo spopolamento: non ce lo possiamo più permettere. Il ruolo degli agricoltori è fondamentale per la conservazione di ambiente, territorio e paesaggio”.

La richiesta della Cia è dunque di “attivare gli abbattimenti controllati. L’ambiente è fatto di equilibri. Tutte le volte che l’uomo interviene distruggendo e tutte le volte che intervienesalvaguardando ‘a prescindere’ crea disequilibri e ciò va sempre e comunque contro l’ambiente. Non si vogliono stragi, ma un giusto equilibrio fra le parti. E questo non può che essere gestito dall’uomo. Purtroppo c’è chi si preoccupa solo del lupo e dimentica gli agricoltori e i cittadini: per noi sono invece la priorità”.

Al problema dei lupi, si aggiunge poi quello dei cinghiali “che non solo compromettono le colture agricole ma mettono anche a repentaglio la sicurezza pubblica – prosegue Cervi -. Nel 2018 nella nostra provincia ne sono stati ufficialmente abbattuti poco meno di 1900 ma la situazione è ancora fuori controllo. Occorre riformare la legge nazionale sulla caccia, la 157 del 1992, per adattarla alle nuove e urgenti esigenze del territorio. Negli ultimi anni abbiamo infatti assistito a un aumento esponenziale degli ungulati in montagna e soprattutto in pianura: caprioli e cinghiali ormai hanno preso residenza fissa tra le nostre colture di pregio causando danni ingenti. Le misure adottate in questi ultimi anni hanno funzionato parzialmente ed è per questo non è più rinviabile un nuovo piano operativo, modificando la legge quadro che regola la materia”.

“L’agricoltura di montagna tra successi, criticità e nuove sfide”

“I cambiamenti climatici stanno profondamente cambiando l’agricoltura reggiana: occorre tenere conto dei rischi ma anche cercare di cogliere al meglio tutte le
opportunità”. È il messaggio uscito dal convegno dal titolo emblematico ‘Montagna viva’ – tenuto oggi da Cia Reggio all’agriturismo ‘Le scuderie’ a Carpineti -, che ha
scattato la fotografia della situazione del comprensorio dove la parte del leone viene fatta dalla zootecnia da latte per la produzione di Parmigiano Reggiano.
L’incontro – condotto da Claudio Gaspari (responsabile Cia Montagna) davanti a oltre sessanta agricoltori – è partito da una premessa d’obbligo: la tenuta
dell’economia agricola nelle aree montane riduce lo spopolamento dei territori e contrasta i fenomeni distruttivi del dissesto idrogeologico. E perciò abbiamo tutti il
dovere, cittadini ed istituzioni, di preservarla e sostenerla.
Il sindaco Tiziano Borghi (socio Cia e vicepresidente Unione Montana) ha portato il saluto degli enti e sottolineato “il fondamentale ruolo degli agricoltori per la
conservazione di ambiente, territorio e paesaggio. Rilevo con soddisfazione che sono in crescita i giovani che lavorano nel settore: continuiamo così”. E sul futuro: “Sarà
sempre più cruciale il tema del benessere animale per vincere le sfide sui mercati nazionali ed internazionali”.
Ercole Lodi, presidente della Confederazione per la zona di Castelnovo Monti, ha quindi parlato del fondamentale capitolo ‘Parmigiano Reggiano’. Il 2018 è stato “un
anno da record: i 111 allevatori Cia della montagna hanno contribuito alla produzione delle 3 milioni 700mila forme del Re dei Formaggi (+1,35% rispetto al 2017) con
oltre 405mila quintali di latte. Dai 22 caseifici del comprensorio reggiano sono uscite 288mila 529 forme (il 36% del totale). Da notare come a livello provinciale, la
produzione totale di latte Cia superi 1 milione 600mila quintali”.
Gregori Federico (tecnico Cia) ha poi presentato i numeri dell’attività rimarcando come “la montagna è viva anche e soprattutto per merito degli agricoltori che
lavorano quotidianamente sul territorio e in questo modo lo proteggono. Per quanto riguarda il ‘Piano di sviluppo rurale 2015-2018’, grazie al supporto degli uffici
tecnici della Cia gli agricoltori sono riusciti a portare a casa oltre 6 milioni 600mila euro. Ma non è finita. Altri 16 milioni di contributi per superficie sono infatti poi stati
ottenuti nell’arco temporale 2014-2018. Il totale supera dunque i 22 milioni 600mila euro. Federico è entrato quindi nel dettaglio dei finanziamenti arrivati. Tra questi, ben
4 milioni 150mila sono andati ai giovani della montagna, 480mila euro per il sempre più diffuso biologico del territorio, 165mila euro per la prevenzione dei danni da
fauna selvatica”. Tutto questo grazie all’efficienza della Regione che ha già investito oltre l’80% dei fondi del Psr (Programma di sviluppo rurale).
E della necessità di una migliore gestione della fauna selvatica ha parlato Francesco Zambonini (responsabile Cia zona di Reggio): “L’incontrollata proliferazione,
specialmente nella parte medio-alta della montagna, causa gravi problemi agli agricoltori, a partire dai danni alla qualità del foraggio”. Sul tema cambiamenti
climatici: “La siccità è un problema che deve essere affrontato con soluzioni efficaci.
Sono necessari bacini di piccole – ma non solo – dimensioni che trattengano le acque e riescano così a dare agli agricoltori la possibilità di irrigare adeguatamente i
campi”. Altro tema cruciale è il benessere animale. Le stalle Cia della montagna sono per il 77% a stabulazione fissa (66% la media provinciale della Confederazione), per
il 23% libera (34%). “Servono azioni politiche per dare la possibilità agli allevatori di intervenire sulle strutture”, ha concluso.
Paolo Rossi – ricercatore del Crpa (Centro Ricerche Produzioni Animali) – ha rimarcato come “il benessere animale è un impegno etico, da perseguire con
decisione, che può dare (se perseguito come opportunità di miglioramento dell’organizzazione, delle strutture e delle tecniche d’allevamento) un vantaggio
economico dovuto alla maggiore produttività e alla riduzione di alcune importanti voci di costo, in particolare le spese veterinarie”. Aldo Dal Pra’ (Crpa) ha quindi
aggiunto che è proprio nella zootecnia “che si possono vedere le prime importanti conseguenze dei cambiamenti climatici. Non solo nei bovini che mal sopportano le
elevate temperature estive e beneficiano invece degli inverni miti, ma anche nei campi. Le coltivazioni di montagna stanno mutando profondamente, specialmente
quelle più esigenti di acqua come il mais. Per quanto riguarda i foraggi, la seminazione della medica non avviene più solo ad aprile ma – grazie agli inverni
sempre meno rigidi – può essere fatta anche ad agosto. Ma naturalmente non mancano nuove criticità riguardanti quantità e qualità dei foraggi, criticità che devono
spingere con forza a una gestione agronomica alternativa”.
Antenore Cervi, presidente Cia Reggio, ha quindi tenuto le conclusioni. “Questo convegno è un’ottima occasione per fare il punto sul presente e le importanti sfide
che ci aspettano. L’agricoltura che viene portata avanti su questi territori è eroica, e non può che esserlo condurre allevamenti intensivi e coltivare terreni con queste
condizioni. Lo slogan nazionale della Cia è ‘Agricoltori Italiani: il Paese che vogliamo. Territorio, infrastrutture, innovazione”. Ed è proprio da qui che dobbiamo
partire per continuare a fare il nostro mestiere. Qualcuno dipinge l’agricoltura con narrazioni bucoliche, con scenari da Mulino Bianco. La realtà non è però questa,
soprattutto in Appennino dove le difficoltà sono ancora maggiori. Ma gli agricoltori della montagna devono avere gli stessi servizi e le stesse opportunità dei colleghi
della pianura: non possono essere trattati come cittadini di ‘serie b’. Non dimentichiamo che sono i primi custodi e manutentori del territorio”. Sulla questione
ungulati: “Invito chi ha subito danni a denunciare: solo così la Regione può avere la dimensione esatta dell’emergenza che stiamo vivendo. Occorre governare il numero
di esemplari per evitare i continui danni che causano”. E sugli indennizzi: “Nel 2015 l’Atc metteva a disposizione 8mila euro, nel 2018 sono diventati 50mila. C’è stato un
cambio di passo, ma forse serve un ulteriore sforzo”. Sul felice momento del Parmigiano Reggiano: “Un terzo della produzione avviene qui, in Appennino. E di
questo non possiamo che esserne tutti orgogliosi. I risultati che si stanno raggiungendo sono molto positivi. Diversi i fattori: il sisma 2012 è stato colto come
una opportunità per far conoscere il ‘Re dei formaggi’ in tutto il mondo, le capacità di export sono state migliorate, il ‘controllo in grattugia’ ha portato grossi benefici, e
infine sono stati fondamentali i piani produttivi. Non mancano criticità, tra cui l’efficienza di caseifici con bilanci di trasformazione non omogenei, ma la strada di
puntare sempre più sulla differenziazione e qualità è sicuramente quella giusta”. In conclusione, il capitolo bilancio: “È positivo e trasparente grazie a un grande
lavoro di squadra. La Cia siamo noi e gli ottimi risultati raggiunti lo dimostrano”.

Valorizzazione dei vini Doc e Igp reggiani: bando da 15 milioni

Ben 15 milioni di euro a disposizione delle imprese agricole del territorio emiliano-romagnolo per la ristrutturazione e la riconversione di vigneti, adatti alla produzione di vini Doc e Igp. ‘Cia-Agricoltori Italiani’ di Reggio guarda con “soddisfazione” al recente Bando della Giunta regionale ed è “pronta a dare immediato supporto agli agricoltori interessati a presentare le domande entro il termine del 31 maggio. I nostri uffici daranno ogni informazione e consulenza utile a chi vuole presentare i documenti per ottenere i finanziamenti”.

L’obiettivo del provvedimento – come spiega la Regione nel provvedimento – è quello di rafforzare l’identità delle produzioni e fare un altro passo avanti nell’operazione di rinnovo e modernizzazione delle vigne, oltre ad incentivare il ricorso alla meccanizzazione delle coltivazioni abbassando i costi di produzione delle aziende e aumentare la competitività sui mercati.

Gli imprenditori agricoli singoli o associati, i conduttori di superfici vitate o chi possiede un’autorizzazione al reimpianto possono accedere al bando e fare richiesta di finanziamenti che mirano a dare risposte alle diverse realtà produttive del territorio, dalla collina alla pianura.

Il bando prevede diversi tipi di interventi: dalla riconversione varietale, cioè il reimpianto di una varietà di vite di maggior pregio enologico o commerciale o il sovrainnesto su impianti esistenti, alla ristrutturazione, come la ricollocazione del vigneto in una posizione più favorevole o il reimpianto con modifiche al tipo di allevamento, fino al passaggio a tecniche di gestione più efficaci, quali l’introduzione di impianti irrigui o la modifica della forma di allevamento.

Per realizzare un vigneto – entrano nel dettaglio il provvedimento – sono previsti contributi che variano da 7.500 a 8.500 euro per ettaro. È anche possibile ricevere il finanziamento per realizzare gli impianti di irrigazione al servizio del nuovo vigneto o di quelli già realizzati: per questo scopo saranno concessi 700 euro per ogni ettaro che salgono a 1.200 se si realizza un intervento subirriguo.
Le operazioni di ‘restyling’ su vigneti esistenti come ad esempio il sovrainnesto finalizzato al cambio di vitigno sono sostenute da un contributo pari a 1.400 euro per ettaro, mentre le modifiche al sistema d’allevamento arrivano a 2.400 euro.

Per appuntamenti e informazioni, telefonare allo 0522-514516 (Cia Reggio).

“La diffusione delle nutrie è fuori controllo, siamo all’emergenza”

“La diffusione delle nutrie nella Bassa è fuori controllo ed è diventata una vera emergenza: sono pericolose per la sicurezza pubblica e causano pesanti danni agli agricoltori. Visto che se ne parla da anni ma il problema non è ancora stato risolto, dobbiamo arrivare al punto di liberare nei canali i coccodrilli per sfruttare le loro doti da antagonisti naturali?”. Antenore Cervi, presidente Cia-Agricoltori Italiani di Reggio, lancia la provocazione – perché di provocazione si tratta – per accendere i riflettori sul fenomeno di proliferazione di quello che può essere definito “un vero e proprio flagello per l’agricoltura e l’intero ecosistema del territorio”.

“La loro presenza infestante è una costante minaccia per l’uomo e l’economia – denuncia Cervi -: le nutrie devastano colture, scavano gallerie negli argini mettendo a rischio la tenuta idrogeologica del territorio, causano incidenti stradali. Il fenomeno è dilagante e le cronache dei giornali lo mettono bene in evidenza. Le recenti ordinanze delle amministrazioni comunali reggiane lo testimoniano dichiarando ufficialmente ‘L’emergenza nutrie’. È finito il tempo delle parole: occorre intervenire con azioni concrete e risolutive”.

Entra nel dettaglio: “In questo momento le nutrie si possono catturare con le gabbie – ma gli animalisti ne hanno già danneggiate numerose sull’intero territorio regionale – o con l’abbattimento tramite sparo. Le recenti ordinanze dei sindaci reggiani vanno in questa direzione consentendo l’abbattimento diretto con arma da fuoco tutti i giorni da un’ora prima dell’alba ad un’ora dopo il tramonto, naturalmente con le armi e le munizioni consentite per l’attività venatoria. Ma la nostra esperienza ci insegna che tutto questo, fatto in questo modo, potrebbe non essere sufficiente per eradicare questa specie invasiva. Lo Stato deve farsi carico della grave situazione. Non si può pensare di continuare ad andare avanti come se fosse tutto normale. I danni per i cittadini sono ingenti, e quelli causati agli agricoltori addirittura non sono più indennizzati. È inammissibile”.

Pietro Codeluppi, membro della giunta Cia e presidente Atc 2: “Il piano triennale di controllo delle nutrie lascia perplessità. A oggi i cacciatori abilitati contengono ‘solo’ il numero di esemplari ma fa riflettere che tutti gli anni gli abbattimenti non calano, ammontano a circa oltre 7mila. Serve allora riordinare il coordinamento dei coadiutori, che lamentano problemi per l’attività che svolgono e il carico di costi che devono sopportare. A oggi l’Atc sostiene una spesa molto alta: una nutria costa di smaltimento 8 euro e 60 centesimi, compresi i 3 euro di contributo dati al cacciatore. Chiediamo con forza di poter integrare il contributo tramite però un sostegno di Comuni, enti e associazioni. Dobbiamo tutti fare il massimo per fermare questo flagello, per il bene dell’agricoltura e dei cittadini”.

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